La situazione libica impone inevitabilmente il cinismo del "business"

20 AGO 20
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Siccome, come dice il direttore Giuliano Ferrara, questa guerra di Libia è stata decisa in fretta e male, allora speriamo che finisca presto e,se così possiamo dire, bene. Bene per il popolo libico che non passi dalla padella alla brace di diritti e libertà negate con una "dolce" spruzzatina democratica fornita dai "volenterosi" europei anglo-franco-italiani, di quello che sarà il nuovo governo di Tripoli. E bene per i nostri interessi economici legati al petrolio e al gas e ai miliardi d'investimenti già fatti dalle nostre aziende in primis l'Eni e alle entrate libiche in altrettante aziende industriali e bancarie italiane. La decisione di bombardare Gheddafi ha solo lo scopo di non perdere quello che l'Italia ha costruito in Libia e che il Consiglio degli Insorti capeggiato da Mustafa Jalil una volta deposto il Rais ha garantito che gli interessi italiani e insieme quelli libici continueranno ad essere rispettati. Staremo a vedere. S'impone perciò la "realpolitik" del cinismo inevitabile degli affari e del commercio sperando che almeno l'Italia ricostituisca un nuovo e più chiaro metodo della diplomazia e delle modalità di negoziare con chiunque senza tentennare o farsi catturare dai "ma" e dai "se". In questo almeno Germania e Russia hanno dimostrato vera decisione rafforzata da obiettivi e strategie concrete di alleanze e di energie precise. Il cinismo del business comunque non ci deve far girare la faccia altrove ma deve imporre nuove e difficili responsabilità politiche perchè "pasticci" come quello libico con perdite umane non indifferenti riaccadano. La saggezza orientale e anticamente anche di quella europea indicava che "la migliore guerra vincente è quella che non si combatte" ma si vince sul piano pacifico degli interessi e della soddisfazione reciproca. La guerra, quella che chiede costi umani enormi, resta l'ultima opzione. La Libia è-o era- molto diversa dall'Iraq e dall'Afghanistan.